Seconde squadre? Perchè no

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Nella serata di ieri mi è capitato di leggere alcune dichiarazioni rilasciate a Tuttosport dall’ex centrocampista del Milan, nonchè ex vice presidente e candidato alla presidenza FIGC, Demetrio Albertini il quale rilanciava l’idea, presente nel suo programma, di seconde squadre in Lega Pro per le squadre di Serie A, un po come alcuni grandi club fanno in Spagna.

“Prima degli Anni 90, della legge Bosman e della libera circolazione all’interno della Ue, gli stranieri erano ‘solo’ tre e i campionati professionistici – serie A, B e C – erano sinergici: i giocatori crescevano gradino per gradino e si comprava all’interno di questo mercato valorizzando i nostri giovani. Non è un caso che in quel periodo le nostre squadre avessero, a vari livelli, raggiunto i vertici europei: la Juventus e il Milan, ma anche il Napoli, la Samp, il Torino e perfino l’Atalanta. Eravamo il campionato di riferimento All’ultima edizione del Pallone d’Oro, in platea c’era una dozzina di top player che avevano giocato da noi all’epoca. Sul palco, invece, solo Pogba…Talenti italiani? Non ci sono i fenomeni, ma i talenti non saltano le generazioni. Il fatto è che manca un certo tipo di formazione: a parte i Baresi o i Maldini tutti, al Milan, passavamo un anno in B o in C – a proposito: sono contento che Gravina voglia richiamarla così, non è una ‘diminutio’ – per poi tornare in prima squadra. Ora non c’è più quel tipo di percorso e il 90% si perde. Le ‘seconde squadre’ formano giocatori: magari non tutti per i top club, ma per le altre squadre e per gli altri campionati… Prima i giocatori uscivano dalla Primavera e avevano 5 anni di contratto, ora molti vengono lasciati liberi e, poi, sono tesserati da società di Lega Pro che li bloccano solo per un anno perché hanno la ‘classe di età giusta’. Questi ragazzi diventano un mezzo per intascare i contributi e non un valore per il nostro calcio”.

Parole che difficilmente possono trovare contestazione: se prima ci si lamenta del fatto che il nostro calcio non sforna talennti importanti da anni, non si può poi stare fermi ad aspettare che le cose cambino da sole: questa “contaminazione internazionale” è a mio avviso una delle migliori che il nostro calcio potrebbe quindi prendere.
Proprio per questo non posso che appoggiare la successiva dichiarazione dello stesso Albertini e la relativa spiegazione:

Con le seconde squadre, la Lega Pro diventerebbe l’università del calcio e, in più, i club ‘esterni’ non avrebbero diritto di voto. Cosa che, invece, hanno i presidenti in regime di multiproprietà. E poi si eviterebbe anche questo spettacolo di presidenti affannati per far la spola da uno stadio all’altro, da una assemblea di Lega all’altra. Usciamo dall’equivoco: chi blocca le seconde squadre non ha interesse per la crescita del calcio italiano e del mercato interno. Così come ora, la B e La Lega Pro sono solo il ripiego per gli esuberi. Senza dimenticare che le seconde squadre suscitano interesse e creano identità: ricordo l’entusiasmo per la Primavera del Torino nella Youth League; a Barcellona è uno dei cardini della elezione presidenziale, soprattutto ora che il Barcellona B è retrocesso in serie C! Sì, io sono favorevole al loro coinvolgimento nella classifica, ma su questo si può discutere: in Spagna ‘fanno classifica’ e in Germania no”.

In attesa del parere Federale in merito, il presidente della Lega Pro, Gabriele Gravina, ha già aperto alla possibilità di accogliere le seconde squadre, un’apertura così commentata dall’ex dirigente federale:

“L’apertura di Gravina mi fa piacere e ora spero che ci sia quella della Federazione. Anche perché è un modo per poter attuare appieno la riforma dei 4+4, i giocatori formati nei vivai, che faceva parte del mio programma elettorale. Tanto più che le seconde squadre le vogliono in tanti, compresa l’Udinese che ha proprietà all’estero o l’Inter, che quando fu eletto Tavecchio si complimentò ufficialmente plaudendo ‘finalmente’ alle seconde squadre, che però non erano nel suo programma”.

Ora spero che dalle parole si possa presto passare ai fatti: il calcio italiano ha bisogno di giovani potenziali campioni nostrani.

Dimitri Petta

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